|
Spazi comunicanti L'apertura delle enclaves poteva aver inizio solo a
partire da quello che abbiamo indicato come il «mondo pieno»: al suo
attivo ha la storia più lunga, la rete di comunicazioni la più fitta e,
grazie alla scrittura, la memoria più vivida. Questo «mondo pieno» è un
mondo agile e, malgrado i salassi delle grandi pestilenze, è un mondo non
saturo, in cerca di spazio e, forse, ancor più di uomini. Occorre dunque
farsi un'idea dell'ampiezza dello spazio terrestre, prima delle mutazioni
degli anni 1430-1550. Vanno dunque esaminate le due mappe: la carta
elaborata da Fernand Braudel sulla base delle informazioni
etno-antropologiche di G.W. Hewes e quella da me elaborata nel 1968-69, la
mappa universale dalla quale risultano le paratie dei mondi in comunicanti
di prima della grande mutazione dell'apertura delle enclaves ad
opera della società cristiana tradizionale del «mondo pieno». G.W.
Hewes ha tenuto conto di 76 gruppi culturali ripartiti in cinque grandi
complessi: l'umanità all'epoca, perché di fatto l'acculturazione
livellatrice su scala terrestre della civiltà urbana industriale non ha
ancora avuto principio, 76 gruppi culturali non rappresentano certamente
76 mondi incomunicanti, cioè il blocco totale di 76 sistemi di
comunicazione, sia perché al vertice, tra i sistemi culturali più evoluti,
esistono le comunicazioni, sia perché in Africa, in Asia e in America
nelle culture del «pre-Neolitico» dai gruppi umani esclusivamente
predatori la frequenza dei contatti è molto tenue. È questo il motivo che
ci ha indotti a corredare la carta di Hewes di uno schema dei sistemi di
comunicazione. La carta di Hewes, utilizzata ai fini di una geografia
delle comunicazioni riferita all'intero pianeta Terra prima della grande
mutazione del XVI secolo che sbloccò le enclaves, finirebbe quindi
per generare la duplice illusione di conferire l'apparenza di una maggiore
coesione al punto più basso della scala, e al culmine di un maggior
frazionamento di quanto non vi sia in realtà.
Torna
all'indice
Il punto di partenza Nel
punto più basso della scala, 27 gruppi culturali di uomini che, per dirla
in termini precisi, non intervengono in senso umano nel processo
biologico. Raccoglitori, pescatori o cacciatori che siano, la loro azione
non va oltre il prelievo come quella di qualsiasi altro predatore, né si
tratta, invero, di agenti modificatori di qualche importanza rispetto agli
equilibri ecologici entro i quali sono inseriti. Il fatto che sappiano
accendere il fuoco non aggiunge gran che a un consumo dell'ordine di 2500
a 3000 calorie giornaliere. Al limite il loro consumo complessivo di
energia (se si vuole includervi il fuoco da campo e l'olio di foca usato
dagli eschimesi come combustibile e non per uso alimentare) non supera del
10, 15 o 20% l'energia sottratta all'ambiente sotto forma di cibo. Come
gli animali, gli uomini di prima della grande mutazione - un
'prima' che va letto, all'inizio del XVI secolo, accanto a -
non dispongono di altra energia se non di quella della loro muscolatura e
in quanto a calore (quest'ultimo non è che una degradazione dell'energia)
a mala pena di poco più della temperatura dei loro corpi. Questi 27
sistemi culturali (il 36% dei 76 classificati da Hewes) coprono
teoricamente il 25% delle terre emerse. In tutto però non raggruppano più
dello 0,2% della popolazione umana: è facile quindi capire come,
specialmente nel caso dell'America, gli inviati di quella cristianità che
aboliva le enclaves abbiano a volte attraversato le terre dove
quegli uomini si spostavano senza neanche incontrarli. Infine,
caratteristica finale, quest'umanità quasi al livello zero non consuma
energia, unica eccezione forse gli eschimesi che costituiscono uno stadio
di transizione e utilizzano l'energia muscolare del cane per superare le
distanze. L'emarginazione di questi «pre-neolitici» è di molto anteriore
al processo acceleratore dell'apertura delle enclaves (1430-1350),
dato che si trovano già sospinti alla periferia della massa continentale e
che occupano a nord dei due continenti dei territori all'estremo limite
dell'abitabilità. Il secondo gruppo si compone di nomadi e allevatori,
o di forme di vita che associano l'allevamento alla semplice attività
venatoria. G.W. Hewes ha suddiviso questo secondo gruppo in 17 sottogruppi
(22% della scala): 22% dei complessi culturali che investono circa il 35%
delle terre emerse (ma quasi totalmente desertiche) e 0,3% della
popolazione umana. Meno evidente, l'emarginazione tuttavia sussiste. Le
popolazioni di allevatori intervengono, in misura appena maggiore che non
i predatori veri e propri, con lievi modifiche all'ambiente. Il loro
intervento nel mondo animale è intelligente: la muscolatura animale è da
loro utilizzata per superare le distanze; manifestano una minore
soggezione nei confronti dello spazio e, fatto addirittura paradossale,
attraverso gli spazi immensi della grande steppa asiatica subdesertica al
tempo della pax mongolica, nel XIII secolo, i due tronconi di
umanità più numerosi si sono scambiati dei messaggi. Sono popoli ancora
mediocri consumatori d'energia: calcolando l'entità delle loro greggi, si
può stimare che ciascuna unità umana di questi nomadi in grande stile
possieda circa il doppio del proprio apparato motorio muscolare, e che
questo 0,3% dell'umanità disponga di una forza ausiliare supplementare
paragonabile alla loro stessa muscolatura. Si tratta di uomini raddoppiati
(per quanto riguarda il livello di consumo di energia) che utilizzano
questo raddoppio dei loro muscoli quasi unicamente per superare le
distanze. Un 22% di unità culturali su 35% delle terre emerse la vita
nomade unifica solo relativamente. Lasciando passare un po' di oro, di tè
e dei messaggi, questi grandi nomadi sono stati collaboratori ignari e
involontari non meno che fomentatori di stimoli e di motivazioni per la
grande apertura del XV secolo.
Torna
al'indice
L'agricoltura G.W. Hewes
suggerisce di dividere questo mondo «postmutazione» in tre gruppi. Alla
base si collocano marginalmente rispetto all'insieme - che ne comprende 7
- le culture «agrarie» le più estensive. Si tratta di sistemi di vita che
ignorano praticamente l'allevamento (ad eccezione del cane e di alcune
specie di pollame), che praticano il dissodamento temporaneo col fuoco e
seminano con un ritmo di rotazioni molto distanziate. Questi addebbiatori,
quasi nomadi, non coltivano mai più dell'1 o 2% della loro terra e ne
utilizzano il rimanente come terreno di caccia. Questi agricoltori, come
vedremo in Africa, sono dunque prevalentemente cacciatori e raccoglitori.
E giova insistere su questo punto, che questi generi di vita costituiscono
vie intermedie a cavallo della grande mutazione. Sul 40% delle terre
emerse gli agricoltori (42% dei sistemi culturali) comprendono il 99,5%
degli uomini. Ma la mancanza di uniformità è sovrana: i nomadi dediti
all'agricoltura sussidiaria del fuoco e della terra, occupano il 10% delle
terre emerse ammontando a meno dell'l% della popolazione umana, 9% delle
unità nella scala di Hewes. Queste associazioni di raccolta e di
agricoltura sussidiaria abitano in universi più ermeticamente chiusi che
non gli allevatori nomadi, sono delle unità culturali che l'apertura delle
enclaves riesce appena a sfiorare. L'integrazione dei territori che
esse occupano non avrà principio prima dell'ultimo quarto del XIX secolo.
In una scala dei consumi di un'energia sussidiaria, si collocano più o
meno al medesimo livello, con ogni verosimiglianza perfino un po' al di
sotto degli allevatori nomadi. Non lasciamoci trarre in inganno: nei
secoli XV e XVI l'abbattimento delle enclaves si svolge unicamente
al livello più alto, in cima alla scala di Hewes. Sul 30% delle terre
emerse troviamo il 98,5% degli uomini, 25 dei 76 sistemi culturali
dell'antropologo americano (33% della scala di Hewes), 98% dell'umanità,
cioè la quasi totalità degli uomini. Tra Queste civiltà e queste culture
la frontiera è culturale, è quella della parola scritta; 12 culture
avanzate stanno al di qua della scrittura, 13 si compongono di popoli che
sono riusciti a impadronirsi della scrittura, in due sottogruppi: a ovest
i signori dell'alfabeto, a est le civiltà invischiate negli ingombranti
registri degli ideogrammi.
Torna
all'indice
Uomini e spazi Al
principio del XVI secolo, prima dell'aggressione microbica e virale degli
anni 1500-40 che manda in frantumi la civiltà degli altipiani amerindiani,
le culture complesse anteriori all'era della scrittura raggruppano circa
il 30% degli uomini sul 15% delle terre; di fronte, i sistemi di civiltà,
quasi il 70% degli uomini su 15% delle terre emerse. Non lasciamoci
trarre in inganno, è quello e solo quello il campo in cui si svolge la
partita e quindi dove si paga la posta delle comunicazioni aperte in seno
alla Terra. L'apertura degli anni 1430-1550 è un contatto più ravvicinato
tra la cristianità latina e del Mediterraneo occidentale con le culture
avanzate e le civiltà dell'India come prima tappa, della Cina e del
Giappone successivamente; un'intensificarsi delle comunicazioni e una
presa di contatto senza precedenti con le culture più avanzate di prima
della scrittura in Africa e nel continente americano. Le tecniche
agricole, e anche quelle perfezionate dell'agro-pastorizia, l'alto livello
toccato dalle tecniche non legate all'agricoltura, la conquista della
scrittura avvolgono l'Europa, il Mediterraneo e l'Asia senza effettiva
soluzione di continuità. Solo l'invalicabilità delle distanze terrestri,
dei deserti e le spaccature culturali, religiose e politiche impediscono
teoricamente che si raggiunga la Cina direttamente partendo dalla Francia
o dall'Inghilterra. I gruppi umani più avanzati sono distribuiti intorno
al Mediterraneo e, attraverso l'Iran e l'India, sono collegati con gli
insediamenti arabi dell'Insulindia, con l'Indocina, la Cina e il Giappone.
Ancor oggi le zone che nella mappa di Hewes appaiono tinteggiate di nero
raccolgono il 70% della popolazione complessiva su 15% delle terre emerse.
Torna
al'indice
Memoria, scrittura e batteri
L'apertura delle enclaves non determina profonde
modifiche in questi antichi mondi del progresso e delle grandi
realizzazioni, per cui sorge spontanea la domanda se la mutazione sia
stata effettivamente prodotta dall'apertura o se più semplicemente
consista in una repentina accelerazione al livello degli scambi causata
dalla sovrapposizione e dall'aggiunta di una nuova via più diretta, più
rapida, più fruibile rispetto a quelle già esistenti. L'apertura non
altera il rapporto numerico e, in una certa misura, nemmeno i rapporti di
forza in seno al mondo, al vertice delle culture più elevate. I mondi che
conoscono i diversi tipi di scrittura, e perciò stesso sono buoni gestori
della memoria sono anche dei mondi antichi assuefatti ad alti livelli di
comunicazione. Sono tutti scaglionati lungo le direttrici delle invasioni
e sono usciti indenni - a vantaggio del principale dei promotori
occidentali del movimento - dall'impatto con un più alto livello di
comunicazioni. Le principali vittime del fenomeno così innescatosi
sono state le culture elevate pertinenti al IV riquadro della scala di
Hewes, che alla fine del XVI secolo si sarebbero ridotte al 7-8% della
totale popolazione umana. Queste e quasi soltanto queste furono le vittime
di una massiccia aggressione batterica e vitale alla quale non ebbero da
opporre alcuna difesa. Al di sotto di questa linea, i mondi vuoti ed
emarginati, protetti dal loro stesso vuoto, rimasero per ben due secoli e
mezzo fuori da ogni rimescolamento. Quale sconvolgimento, invece, al
30% delle terre emerse! Restringendo il campo di osservazione riesce
meglio comprensibile quale sia stata esattamente la portata del passaggio
dei chiusi universi delle enclaves a un inizio di economia-mondo.
Siamo partiti dalla nozione di una forte esplosione per arrivare a
quella più esatta di accelerazione di un processo millenario.
L'apertura alle comunicazioni consiste di mezzi e motivi, mezzi e
motivi accumulati nell'ovest ai confini del Mediterraneo cristiano e del
vero «mondo pieno» o che si è formato sui due versanti di quello che era
stato il limes romano e che la peste nera non è riuscita a
smantellare. Le più importanti congiunture di questo secolo grande nella
sua austerità non sono valse ad arrestare la lenta evoluzione che fa
ribaltare la famiglia estesa su un nucleo matrimoniale sempre più
ristretto, e nemmeno hanno intralciato il duro ascetismo che comporta il
ritardo progressivo dell'età matrimoniale nel matrimonio. L'apertura
delle enclaves rappresenta anche una strutturazione, e cioè la
presa in consegna di un ruolo che era stato a lungo svolto dal bacino
orientale del Mediterraneo. Il filo di una lunga ininterrotta
narrazione storica richiederebbe una più insistente osservazione
dell'estensione progressiva nel primo millennio della nostra era, di una
rete di comunicazioni marittime costanti nell'Oceano Indiano, e inoltre,
in partenza da Bagdad e dall'Egitto, di una rete di contatti che investe
pressappoco una metà dell'umanità. Basta per convincersene seguire
l'itinerario di André Miquel in quella poderosa geografia umana del
mondo musulmano che finì per emergere, raggiungere l'apogeo e quindi
declinare nel corso dell'XI secolo della nostra era. Verso gli anni 1050,
novanta autori costituirono un Corpus che conteneva tutte quante le
cognizioni accumulate dai viaggiatori arabi nel corso delle loro
peregrinazioni. A Bagdad e ad Alessandria questa massa di informatori
conservava ciò che l'Antichità aveva accumulato nel passato. Non fu forse
ad Alessandria e ad Antiochia - proprio nell'area dove aveva svolto le sue
funzioni il più antico cervello, vecchio di milioni di anni, sui campi di
grano più antichi del mondo, al centro in cui convergeva la più vasta rete
di comunicazioni - che l'Egitto dei Lagidi e la Siria dei Seleucidi
avevano composto con dodici secoli di anticipo una geografia umana, un
abbozzo di geografia, meno esauriente ma con notevoli analogie con la
geografia umana degli arabi? La geografia e il sistema di comunicazioni
arabi furono all'inizio costituiti da quell'eredità.
Torna
all'indice
Smisurate misure I
geografi arabi dell'anno Mille hanno coscienza della grandezza della
terra; la classificazione sistematica delle distanze e delle superfici è
funzione del livello di informazione e di fattori psicologici che André
Miquel ha individuati puntualmente «nell'esaltazione del paradosso tra
l'importanza storica dell'Islam...» e la ristrettezza dello spazio che gli
è proprio; d'altro canto, i lontani universi aridi d'informazione e alle
volte mitici come Gog e Magog nelle Scritture comuni ai musulmani e ai
giudeo-cristiani vengono dilatati fuor di ogni reale proporzione. E
ancora, veniamo a sapere che «il cuore dell'Islam», cioè il dominio
feudale abbaside, esteso su 2.200.000 parasanghe quadrate, si colloca nel
mezzo, tra gli stati più piccoli (2400, 16.000 o 24.000 parasanghe
quadrate) e quelli enormi, l'India o la Cina, da 77 a 341 milioni di
parasanghe quadrate. In una geografia come questa che distingue tra il
noto e ciò di cui s'intuisce confusamente l'esistenza, il mondo arabo, il
mondo bizantino dell'Oriente cristiano, il mondo turco e quello del sud
della Russia si vedono attribuite estensioni del medesimo ordine di
grandezza, mentre si considera l'Europa tre volte più estesa del mondo
musulmano. Quanto all'Africa, poi, essa è sei volte più estesa di tutto il
mondo arabo, l'India lo è 35 volte e la Cina 145 volte. Là dove impazzisce
l'ago della bussola, le notizie si allontanano sempre più dall'esattezza.
L'Estremo Oriente rappresenta una serie di scali, di scambi di
prodotti... Dietro stanno l'India e la Cina, «con la loro mole - scrive A.
Miquel - annientano il continente e le descrizioni». «Però va detto -
secondo la Relazione sulla Cina e sull'India, redatta nell'anno 851
della nostra era - che l'India è più vasta della Cina, due volte più
vasta, ma la Cina è più popolosa». Tutto è città, laggiù, «città
dappertutto», una popolazione nel pieno della vitalità, insomma è già il
tema del formicaio: «la Cina è tutta quanta popolata e coltivata ha l'aria
più salubre e meno esposta alle malattie e non vi s'incontrano i ciechi, i
guerci, gli infermi che tanto abbondano in India». Non si può non ammirare
una tale quantità di notizie su mondi pur tanto lontani nel bacino
orientale del Mediterraneo quattro secoli e mezzo prima del Libro delle
meraviglie. Naturalmente, infinitamente più varie e copiose le notizie
sull'India, particolarmente quelle inerenti a tutta la costa meridionale
dell'Asia fino alla Sonda... Però dalla costa dove si svolgono i traffici,
ci pervengono descrizioni che coprono tutto il territorio fino alle falde
dell'Himalaya. Sempre attraverso Miquel si veda quello che al-Mas'ûdî,
morto al Cairo verso gli anni 956-957, scrisse nelle Praterie d'oro
a proposito del lontano Kashmir, culla dell'India ariana: «È un grande
Reame che contiene in sé non meno di settantamila città o villaggi. È
inaccessibile da ogni lato, tranne uno e vi si accede soltanto attraverso
un'unica porta. È infatti racchiuso tra monti scoscesi e invalicabili, sui
quali nessuno riuscirebbe ad arrampicarsi, visto che nemmeno gli animali
selvaggi riescono a raggiungerne le vette». Varie centinaia di toponimi
esatti sono disseminati in queste descrizioni che materializzano, sia pure
con un certo che di sfumato e attraverso moduli immaginativi di pretta
marca orientale, una massa sbalorditiva di dati obiettivi. Tra questi
dati, naturalmente, la gamma delle ricchezze agognate: «Consideriamo i
metalli preziosi [...] nulla di strano se ci viene detto dove trovarli:
l'oro a Ceylon, nelle isole e insieme con l'argento, in India, nel Siam,
in Malesia, a Sumatra e in Cina, dove non è monetato ma considerato una
merce come tutte le altre [...]. Altrettanto dicasi per le pietre
preziose: tema dominante è Ceylon dispensatrice di rubini, smeraldi,
topazi, zaffiri, diamanti, perle e cristallo». Anche le descrizioni delle
modalità d'estrazione di queste ricchezze hanno del fantastico: non di
rado questi tesori sono nascosti in luoghi custoditi da serpenti e
avvoltoi. Il fuoco, invece (particolare prezioso), al centro delle
aspirazioni degli abitanti di questi mondi lontani, incuranti delle
ricchezze agognate dai musulmani. Ma anche, quanta meraviglia scorrere un
bestiario in cui sovrasta l'elefante addomesticato, macchina straordinaria
per intelligenza e potenza fisica.
Torna
all'indice
Alimentazione Per quanto
riguarda l'alimentazione, il bacino orientale del Mediterraneo, sempre
secondo le nostre fonti arabe, riconosce la superiorità del riso. In campo
vegetale, secondo le stesse fonti «il giardino e il frutteto figurano meno
bene». «La presenza dell'orzo è [...] solo occasionale. Il grano è citato
come alimento alla stessa stregua del riso, nell'alimentazione cinese».
Informazione valida. «Il riso, poi, regna sovrano su tutto il territorio
indiano, dove si sviluppa durante la stagione delle piogge». «È un
alimento essenziale che si condisce con salsa ed è allo stesso tempo una
pianta tutto fare dalla quale si ricava aceto, alcool, confettura e tutta
una serie di alimenti non meglio precisati». Incertezza invece nei
riguardi del tè, che non ha ancora fatto capolino nel mondo mediterraneo.
Da una fonte all'altra la lista dei prodotti citati si allunga o si
accorcia, ma gli equilibri si mantengono stabili, con gli aromi, le
spezie, le droghe che occupano uno spazio doppio di quello assegnato alle
pietre preziose e ai metalli. Ci vengono descritti eserciti immensi: in
questo testo si calcolano 900.000 uomini oltre a 50.000 elefanti per
l'India, mentre alla Cina si attribuisce un esercito regolare di 400.000
uomini, omaggio reciproco da eguale a eguale in questo antico archetipo,
mille volte più vario, più ricco e più documentato del nostro Libro
delle meraviglie. In questa molteplicità dei discendenti di Giapeto e
alle culture povere delle isole si contrappone la ricchezza del
continente, India e Cina. L'India ha la supremazia nella scienza
astronomica; nella misurazione del tempo India e Cina sono alla pari: «il
pensiero filosofico, le pratiche magiche o divinatorie, e, in minor grado,
la medicina, sono patrimonio di pertinenza della civiltà indiana, mentre
la Cina ritorna alla pari appena ai rientra nel campo delle discipline
pratiche: la musica, la scrittura, l'arte di costruire o di tessere».
All'India la smania del gioco, alla Cina il trionfo di un artigianato di
abilità superiore. Ma l'India eccelle nei filati e in tessuti di cotone
così evanescenti da passare arrotolati attraverso un anello. Le nozioni
sugli uomini e i costumi non presentano differenze, però i giudizi sono
più severi. L'Islam giudica con molto rigore i popoli che ignorano la
circoncisione, le abluzioni rituali, che si cibano di carni impure e
macellate mediante strangolamento; analogamente negativo è il giudizio su
quei popoli la cui morale sessuale non contempla certi obblighi comuni e
ai musulmani e ai loro odiati cugini giudeo-cristiani. La conoscenza
dell'Asia è dunque profonda e antica. Il sapere di Bagdad, del Cairo e di
Alessandria è già noto in parte attraverso ciò che si è conservato del
patrimonio culturale dell'Antichità a partire da Alessandro e dagli
splendidi approdi dell'ellenismo. E nel contatto con la documentazione
araba per i tramiti delle scuole spagnole di traduzione è pur sempre
dell'antico patrimonio custodito e immerso in vecchie scritture superstiti
che «l'Occidente latino cristiano del mondo pieno» va alla ricerca.
Torna
all'indice
Le terre al di là del deserto Diverso è il caso dell'Africa. L'antico Mediterraneo poco o
nulla sapeva sulle terre giacenti al di là del deserto e delle sorgenti
del Nilo. L'Islam, o piuttosto il bacino orientale del Mediterraneo,
ricordava meglio e molto di più dell'antico sapere che non gli immemori
latini, però aveva allargato considerevolmente la sua sfera di
comunicazione in direzione della parte povera del continente; v'era la
costa del Mozambico toccata dalle navi arabe mentre era ignorata dal
Mediterraneo antico vi era un'accresciuta pervietà della grande distesa
desertica attraverso le carovane. Non c'è unità nell'Africa araba:
Ifriqiya è la parte orientale del Maghreb; l'Africa è il Sudan, la Nubia,
Bedja, l'Abissinia e Zang, la costa orientale. Diremo piuttosto che vi è
carenza di unità. L'Africa conosciuta è quella dell'est, l'Abissinia e la
costa dell'Oceano Indiano, bilad az-Zang o Zangistan,
l'Africa dell'ovest è l'Africa selvaggia, a mala pena umana, degli uomini
nudi. È la terra dei metalli di un popolo di metallurgici. Nel Ghana l'oro
spunta dalla sabbia - immagine bella, chiara - come una pianta infissa
così in superficie che il vento la porta via, radici e tutto. Fin d'allora
l'Africa era una riserva di manodopera da esportare come schiavi. Con
crudele lucidità Gahiz fa rilevare che il commercio con quel continente
spoglio è di una facilità estrema, conseguenza di una profonda
ineguaglianza. «Il negriero - massimo esponente del commercio in quel
mondo degradato - si trova in una situazione fin troppo privilegiata: lo
stesso mercante che in una qualunque provincia dell'Islam si vede
costretto a soggiorni prolungati per conseguire utili modesti, trascorre
tutt'al più un mese in Africa senza altro obbligo che imparare i rudimenti
della lingua zang [Sofala e Mozambico]». Per la mentalità
islamica, quel continente, appena sfiorato dal cristianesimo, che si
richiude e arretra di fronte all'Islam, è una terra allo stato selvaggio:
«continente appena intravisto [...] appena abbozzato, l'Africa ha contro
antiche prevenzioni che nulla riesce ad annientare. Egualmente avverse le
sono la ricchezza e l'utilità eccessive: si passa di là senza bisogno di
soggiornarvi». Le sono avversi la sua estensione e gli ostacoli costituiti
dai deserti che frappongono, tra l'universo mediterraneo e l'Africa
profonda una barriera insormontabile. Rimangono i grandi spazi
uralo-altaici e le due cristianità, quella bizantina più vicina, e quella
occidentale più discosta con in mezzo, da allora in poi, sotto il
controllo musulmano, la mamlaka, la patria islamica che si
riconosce nella più antica culla della civiltà, nella culla del primo
chicco di grano coltivato, del primo animale addomesticato, della prima
scrittura ideografica disegnata e del più antico alfabeto utilizzato.
In epoca ellenistica questo mondo antico si era inscritto al centro di
un'immensa rete di comunicazioni, la stessa rete che sarà ripresa, ben
delineata ed estesa in direzione dell'Oceano Indiano verso il 1100 dalla
geografia umana araba, allora al suo apogeo.
Torna
all'indice
Il decollo dell'Occidente Se ne ha la prova intorno al 1100 con l'impatto delle
crociate: il bacino orientale del Mediterraneo fu progressivamente
schiacciato dalla superiorità dell'Occidente latino cristiano in forza del
numero, della consistenza e dello sviluppo dei mezzi materiali accumulati.
L'ondata dei dissodamenti spinta della moltitudine di uomini riuscì a
costituire un mondo pieno su una superficie di poco più di 2 milioni di
Km2. Nei secoli XII e XIII questo mondo prende
consistenza, le sue «frontiere» di popolamento slittano lentamente, un
rinnovamento tecnico che ha del prodigioso accumula le risorse del
mestiere, le abilità, accresce le fonti d'energia supplementare già
disponibili. Proprio in questi secoli i ritmi di crescita dei vari indici,
che purtroppo non siamo in grado di calcolare, ma di cui supponiamo la
portata, toccano le punte massime e le curve dell'ovest tagliano quelle
meno vistose del più annoso Mediterraneo e dilatano le distanze dai mondi
più giovani dell'India e della Cina. Il XII e il XIII sono i secoli della
preparazione per le masse, che provocheranno l'apertura delle
enclaves nella Terra e scateneranno le forze liberatrici degli
spazi che le rotte marine solcheranno nei secoli XIV e XV. Si realizzerà
così negli anni tra il 1430 e il 1550 con la liberazione degli universi
dalle enclaves il primo abbozzo di quel mondo - uno ancora alla
fine del XX secolo allo stato di promessa.
Torna
all'indice
|
esercitazione |
|
autovalutazione |
home page www. lastoria.org
|