parte introduttiva

Corso 2000-2001

invito alla lettura


Pierre Chaunu
I mondi in frantumi

 

Pierre Chaunu,
I mondi in frantumi,
in: Storia economica e sociale del mondo, a cura di Pierre Leon,
vol. I, pp. 57-67,
Editori Laterza, 1981

 

1. Spazi comunicanti 2. Il punto di partenza
3. L'agricoltura 4. Uomini e spazi
5. Memoria, scrittura e batteri 6. Smisurate misure
7. Alimentazione 8. Le terre al di là del deserto
9. Il decollo dell'Occidente  



Spazi comunicanti
L'apertura delle enclaves poteva aver inizio solo a partire da quello che abbiamo indicato come il «mondo pieno»: al suo attivo ha la storia più lunga, la rete di comunicazioni la più fitta e, grazie alla scrittura, la memoria più vivida. Questo «mondo pieno» è un mondo agile e, malgrado i salassi delle grandi pestilenze, è un mondo non saturo, in cerca di spazio e, forse, ancor più di uomini. Occorre dunque farsi un'idea dell'ampiezza dello spazio terrestre, prima delle mutazioni degli anni 1430-1550.
Vanno dunque esaminate le due mappe: la carta elaborata da Fernand Braudel sulla base delle informazioni etno-antropologiche di G.W. Hewes e quella da me elaborata nel 1968-69, la mappa universale dalla quale risultano le paratie dei mondi in comunicanti di prima della grande mutazione dell'apertura delle enclaves ad opera della società cristiana tradizionale del «mondo pieno».
G.W. Hewes ha tenuto conto di 76 gruppi culturali ripartiti in cinque grandi complessi: l'umanità all'epoca, perché di fatto l'acculturazione livellatrice su scala terrestre della civiltà urbana industriale non ha ancora avuto principio, 76 gruppi culturali non rappresentano certamente 76 mondi incomunicanti, cioè il blocco totale di 76 sistemi di comunicazione, sia perché al vertice, tra i sistemi culturali più evoluti, esistono le comunicazioni, sia perché in Africa, in Asia e in America nelle culture del «pre-Neolitico» dai gruppi umani esclusivamente predatori la frequenza dei contatti è molto tenue. È questo il motivo che ci ha indotti a corredare la carta di Hewes di uno schema dei sistemi di comunicazione. La carta di Hewes, utilizzata ai fini di una geografia delle comunicazioni riferita all'intero pianeta Terra prima della grande mutazione del XVI secolo che sbloccò le enclaves, finirebbe quindi per generare la duplice illusione di conferire l'apparenza di una maggiore coesione al punto più basso della scala, e al culmine di un maggior frazionamento di quanto non vi sia in realtà.

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Il punto di partenza
Nel punto più basso della scala, 27 gruppi culturali di uomini che, per dirla in termini precisi, non intervengono in senso umano nel processo biologico. Raccoglitori, pescatori o cacciatori che siano, la loro azione non va oltre il prelievo come quella di qualsiasi altro predatore, né si tratta, invero, di agenti modificatori di qualche importanza rispetto agli equilibri ecologici entro i quali sono inseriti. Il fatto che sappiano accendere il fuoco non aggiunge gran che a un consumo dell'ordine di 2500 a 3000 calorie giornaliere. Al limite il loro consumo complessivo di energia (se si vuole includervi il fuoco da campo e l'olio di foca usato dagli eschimesi come combustibile e non per uso alimentare) non supera del 10, 15 o 20% l'energia sottratta all'ambiente sotto forma di cibo. Come gli animali, gli uomini di prima della grande mutazione - un 'prima' che va letto, all'inizio del XVI secolo, accanto a - non dispongono di altra energia se non di quella della loro muscolatura e in quanto a calore (quest'ultimo non è che una degradazione dell'energia) a mala pena di poco più della temperatura dei loro corpi. Questi 27 sistemi culturali (il 36% dei 76 classificati da Hewes) coprono teoricamente il 25% delle terre emerse. In tutto però non raggruppano più dello 0,2% della popolazione umana: è facile quindi capire come, specialmente nel caso dell'America, gli inviati di quella cristianità che aboliva le enclaves abbiano a volte attraversato le terre dove quegli uomini si spostavano senza neanche incontrarli. Infine, caratteristica finale, quest'umanità quasi al livello zero non consuma energia, unica eccezione forse gli eschimesi che costituiscono uno stadio di transizione e utilizzano l'energia muscolare del cane per superare le distanze. L'emarginazione di questi «pre-neolitici» è di molto anteriore al processo acceleratore dell'apertura delle enclaves (1430-1350), dato che si trovano già sospinti alla periferia della massa continentale e che occupano a nord dei due continenti dei territori all'estremo limite dell'abitabilità.
Il secondo gruppo si compone di nomadi e allevatori, o di forme di vita che associano l'allevamento alla semplice attività venatoria. G.W. Hewes ha suddiviso questo secondo gruppo in 17 sottogruppi (22% della scala): 22% dei complessi culturali che investono circa il 35% delle terre emerse (ma quasi totalmente desertiche) e 0,3% della popolazione umana. Meno evidente, l'emarginazione tuttavia sussiste. Le popolazioni di allevatori intervengono, in misura appena maggiore che non i predatori veri e propri, con lievi modifiche all'ambiente. Il loro intervento nel mondo animale è intelligente: la muscolatura animale è da loro utilizzata per superare le distanze; manifestano una minore soggezione nei confronti dello spazio e, fatto addirittura paradossale, attraverso gli spazi immensi della grande steppa asiatica subdesertica al tempo della pax mongolica, nel XIII secolo, i due tronconi di umanità più numerosi si sono scambiati dei messaggi. Sono popoli ancora mediocri consumatori d'energia: calcolando l'entità delle loro greggi, si può stimare che ciascuna unità umana di questi nomadi in grande stile possieda circa il doppio del proprio apparato motorio muscolare, e che questo 0,3% dell'umanità disponga di una forza ausiliare supplementare paragonabile alla loro stessa muscolatura. Si tratta di uomini raddoppiati (per quanto riguarda il livello di consumo di energia) che utilizzano questo raddoppio dei loro muscoli quasi unicamente per superare le distanze. Un 22% di unità culturali su 35% delle terre emerse la vita nomade unifica solo relativamente. Lasciando passare un po' di oro, di tè e dei messaggi, questi grandi nomadi sono stati collaboratori ignari e involontari non meno che fomentatori di stimoli e di motivazioni per la grande apertura del XV secolo.

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L'agricoltura
G.W. Hewes suggerisce di dividere questo mondo «postmutazione» in tre gruppi. Alla base si collocano marginalmente rispetto all'insieme - che ne comprende 7 - le culture «agrarie» le più estensive. Si tratta di sistemi di vita che ignorano praticamente l'allevamento (ad eccezione del cane e di alcune specie di pollame), che praticano il dissodamento temporaneo col fuoco e seminano con un ritmo di rotazioni molto distanziate. Questi addebbiatori, quasi nomadi, non coltivano mai più dell'1 o 2% della loro terra e ne utilizzano il rimanente come terreno di caccia. Questi agricoltori, come vedremo in Africa, sono dunque prevalentemente cacciatori e raccoglitori. E giova insistere su questo punto, che questi generi di vita costituiscono vie intermedie a cavallo della grande mutazione.
Sul 40% delle terre emerse gli agricoltori (42% dei sistemi culturali) comprendono il 99,5% degli uomini. Ma la mancanza di uniformità è sovrana: i nomadi dediti all'agricoltura sussidiaria del fuoco e della terra, occupano il 10% delle terre emerse ammontando a meno dell'l% della popolazione umana, 9% delle unità nella scala di Hewes. Queste associazioni di raccolta e di agricoltura sussidiaria abitano in universi più ermeticamente chiusi che non gli allevatori nomadi, sono delle unità culturali che l'apertura delle enclaves riesce appena a sfiorare. L'integrazione dei territori che esse occupano non avrà principio prima dell'ultimo quarto del XIX secolo. In una scala dei consumi di un'energia sussidiaria, si collocano più o meno al medesimo livello, con ogni verosimiglianza perfino un po' al di sotto degli allevatori nomadi.
Non lasciamoci trarre in inganno: nei secoli XV e XVI l'abbattimento delle enclaves si svolge unicamente al livello più alto, in cima alla scala di Hewes. Sul 30% delle terre emerse troviamo il 98,5% degli uomini, 25 dei 76 sistemi culturali dell'antropologo americano (33% della scala di Hewes), 98% dell'umanità, cioè la quasi totalità degli uomini. Tra Queste civiltà e queste culture la frontiera è culturale, è quella della parola scritta; 12 culture avanzate stanno al di qua della scrittura, 13 si compongono di popoli che sono riusciti a impadronirsi della scrittura, in due sottogruppi: a ovest i signori dell'alfabeto, a est le civiltà invischiate negli ingombranti registri degli ideogrammi.

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Uomini e spazi
Al principio del XVI secolo, prima dell'aggressione microbica e virale degli anni 1500-40 che manda in frantumi la civiltà degli altipiani amerindiani, le culture complesse anteriori all'era della scrittura raggruppano circa il 30% degli uomini sul 15% delle terre; di fronte, i sistemi di civiltà, quasi il 70% degli uomini su 15% delle terre emerse.
Non lasciamoci trarre in inganno, è quello e solo quello il campo in cui si svolge la partita e quindi dove si paga la posta delle comunicazioni aperte in seno alla Terra. L'apertura degli anni 1430-1550 è un contatto più ravvicinato tra la cristianità latina e del Mediterraneo occidentale con le culture avanzate e le civiltà dell'India come prima tappa, della Cina e del Giappone successivamente; un'intensificarsi delle comunicazioni e una presa di contatto senza precedenti con le culture più avanzate di prima della scrittura in Africa e nel continente americano.
Le tecniche agricole, e anche quelle perfezionate dell'agro-pastorizia, l'alto livello toccato dalle tecniche non legate all'agricoltura, la conquista della scrittura avvolgono l'Europa, il Mediterraneo e l'Asia senza effettiva soluzione di continuità. Solo l'invalicabilità delle distanze terrestri, dei deserti e le spaccature culturali, religiose e politiche impediscono teoricamente che si raggiunga la Cina direttamente partendo dalla Francia o dall'Inghilterra. I gruppi umani più avanzati sono distribuiti intorno al Mediterraneo e, attraverso l'Iran e l'India, sono collegati con gli insediamenti arabi dell'Insulindia, con l'Indocina, la Cina e il Giappone. Ancor oggi le zone che nella mappa di Hewes appaiono tinteggiate di nero raccolgono il 70% della popolazione complessiva su 15% delle terre emerse.

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Memoria, scrittura e batteri
L'apertura delle enclaves non determina profonde modifiche in questi antichi mondi del progresso e delle grandi realizzazioni, per cui sorge spontanea la domanda se la mutazione sia stata effettivamente prodotta dall'apertura o se più semplicemente consista in una repentina accelerazione al livello degli scambi causata dalla sovrapposizione e dall'aggiunta di una nuova via più diretta, più rapida, più fruibile rispetto a quelle già esistenti. L'apertura non altera il rapporto numerico e, in una certa misura, nemmeno i rapporti di forza in seno al mondo, al vertice delle culture più elevate. I mondi che conoscono i diversi tipi di scrittura, e perciò stesso sono buoni gestori della memoria sono anche dei mondi antichi assuefatti ad alti livelli di comunicazione. Sono tutti scaglionati lungo le direttrici delle invasioni e sono usciti indenni - a vantaggio del principale dei promotori occidentali del movimento - dall'impatto con un più alto livello di comunicazioni.
Le principali vittime del fenomeno così innescatosi sono state le culture elevate pertinenti al IV riquadro della scala di Hewes, che alla fine del XVI secolo si sarebbero ridotte al 7-8% della totale popolazione umana. Queste e quasi soltanto queste furono le vittime di una massiccia aggressione batterica e vitale alla quale non ebbero da opporre alcuna difesa. Al di sotto di questa linea, i mondi vuoti ed emarginati, protetti dal loro stesso vuoto, rimasero per ben due secoli e mezzo fuori da ogni rimescolamento.
Quale sconvolgimento, invece, al 30% delle terre emerse! Restringendo il campo di osservazione riesce meglio comprensibile quale sia stata esattamente la portata del passaggio dei chiusi universi delle enclaves a un inizio di economia-mondo.
Siamo partiti dalla nozione di una forte esplosione per arrivare a quella più esatta di accelerazione di un processo millenario.
L'apertura alle comunicazioni consiste di mezzi e motivi, mezzi e motivi accumulati nell'ovest ai confini del Mediterraneo cristiano e del vero «mondo pieno» o che si è formato sui due versanti di quello che era stato il limes romano e che la peste nera non è riuscita a smantellare. Le più importanti congiunture di questo secolo grande nella sua austerità non sono valse ad arrestare la lenta evoluzione che fa ribaltare la famiglia estesa su un nucleo matrimoniale sempre più ristretto, e nemmeno hanno intralciato il duro ascetismo che comporta il ritardo progressivo dell'età matrimoniale nel matrimonio.
L'apertura delle enclaves rappresenta anche una strutturazione, e cioè la presa in consegna di un ruolo che era stato a lungo svolto dal bacino orientale del Mediterraneo.
Il filo di una lunga ininterrotta narrazione storica richiederebbe una più insistente osservazione dell'estensione progressiva nel primo millennio della nostra era, di una rete di comunicazioni marittime costanti nell'Oceano Indiano, e inoltre, in partenza da Bagdad e dall'Egitto, di una rete di contatti che investe pressappoco una metà dell'umanità.
Basta per convincersene seguire l'itinerario di André Miquel in quella poderosa geografia umana del mondo musulmano che finì per emergere, raggiungere l'apogeo e quindi declinare nel corso dell'XI secolo della nostra era. Verso gli anni 1050, novanta autori costituirono un Corpus che conteneva tutte quante le cognizioni accumulate dai viaggiatori arabi nel corso delle loro peregrinazioni. A Bagdad e ad Alessandria questa massa di informatori conservava ciò che l'Antichità aveva accumulato nel passato. Non fu forse ad Alessandria e ad Antiochia - proprio nell'area dove aveva svolto le sue funzioni il più antico cervello, vecchio di milioni di anni, sui campi di grano più antichi del mondo, al centro in cui convergeva la più vasta rete di comunicazioni - che l'Egitto dei Lagidi e la Siria dei Seleucidi avevano composto con dodici secoli di anticipo una geografia umana, un abbozzo di geografia, meno esauriente ma con notevoli analogie con la geografia umana degli arabi? La geografia e il sistema di comunicazioni arabi furono all'inizio costituiti da quell'eredità.

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Smisurate misure
I geografi arabi dell'anno Mille hanno coscienza della grandezza della terra; la classificazione sistematica delle distanze e delle superfici è funzione del livello di informazione e di fattori psicologici che André Miquel ha individuati puntualmente «nell'esaltazione del paradosso tra l'importanza storica dell'Islam...» e la ristrettezza dello spazio che gli è proprio; d'altro canto, i lontani universi aridi d'informazione e alle volte mitici come Gog e Magog nelle Scritture comuni ai musulmani e ai giudeo-cristiani vengono dilatati fuor di ogni reale proporzione. E ancora, veniamo a sapere che «il cuore dell'Islam», cioè il dominio feudale abbaside, esteso su 2.200.000 parasanghe quadrate, si colloca nel mezzo, tra gli stati più piccoli (2400, 16.000 o 24.000 parasanghe quadrate) e quelli enormi, l'India o la Cina, da 77 a 341 milioni di parasanghe quadrate. In una geografia come questa che distingue tra il noto e ciò di cui s'intuisce confusamente l'esistenza, il mondo arabo, il mondo bizantino dell'Oriente cristiano, il mondo turco e quello del sud della Russia si vedono attribuite estensioni del medesimo ordine di grandezza, mentre si considera l'Europa tre volte più estesa del mondo musulmano. Quanto all'Africa, poi, essa è sei volte più estesa di tutto il mondo arabo, l'India lo è 35 volte e la Cina 145 volte. Là dove impazzisce l'ago della bussola, le notizie si allontanano sempre più dall'esattezza.
L'Estremo Oriente rappresenta una serie di scali, di scambi di prodotti... Dietro stanno l'India e la Cina, «con la loro mole - scrive A. Miquel - annientano il continente e le descrizioni». «Però va detto - secondo la Relazione sulla Cina e sull'India, redatta nell'anno 851 della nostra era - che l'India è più vasta della Cina, due volte più vasta, ma la Cina è più popolosa». Tutto è città, laggiù, «città dappertutto», una popolazione nel pieno della vitalità, insomma è già il tema del formicaio: «la Cina è tutta quanta popolata e coltivata ha l'aria più salubre e meno esposta alle malattie e non vi s'incontrano i ciechi, i guerci, gli infermi che tanto abbondano in India». Non si può non ammirare una tale quantità di notizie su mondi pur tanto lontani nel bacino orientale del Mediterraneo quattro secoli e mezzo prima del Libro delle meraviglie. Naturalmente, infinitamente più varie e copiose le notizie sull'India, particolarmente quelle inerenti a tutta la costa meridionale dell'Asia fino alla Sonda... Però dalla costa dove si svolgono i traffici, ci pervengono descrizioni che coprono tutto il territorio fino alle falde dell'Himalaya. Sempre attraverso Miquel si veda quello che al-Mas'ûdî, morto al Cairo verso gli anni 956-957, scrisse nelle Praterie d'oro a proposito del lontano Kashmir, culla dell'India ariana: «È un grande Reame che contiene in sé non meno di settantamila città o villaggi. È inaccessibile da ogni lato, tranne uno e vi si accede soltanto attraverso un'unica porta. È infatti racchiuso tra monti scoscesi e invalicabili, sui quali nessuno riuscirebbe ad arrampicarsi, visto che nemmeno gli animali selvaggi riescono a raggiungerne le vette». Varie centinaia di toponimi esatti sono disseminati in queste descrizioni che materializzano, sia pure con un certo che di sfumato e attraverso moduli immaginativi di pretta marca orientale, una massa sbalorditiva di dati obiettivi. Tra questi dati, naturalmente, la gamma delle ricchezze agognate: «Consideriamo i metalli preziosi [...] nulla di strano se ci viene detto dove trovarli: l'oro a Ceylon, nelle isole e insieme con l'argento, in India, nel Siam, in Malesia, a Sumatra e in Cina, dove non è monetato ma considerato una merce come tutte le altre [...]. Altrettanto dicasi per le pietre preziose: tema dominante è Ceylon dispensatrice di rubini, smeraldi, topazi, zaffiri, diamanti, perle e cristallo». Anche le descrizioni delle modalità d'estrazione di queste ricchezze hanno del fantastico: non di rado questi tesori sono nascosti in luoghi custoditi da serpenti e avvoltoi. Il fuoco, invece (particolare prezioso), al centro delle aspirazioni degli abitanti di questi mondi lontani, incuranti delle ricchezze agognate dai musulmani. Ma anche, quanta meraviglia scorrere un bestiario in cui sovrasta l'elefante addomesticato, macchina straordinaria per intelligenza e potenza fisica.

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Alimentazione
Per quanto riguarda l'alimentazione, il bacino orientale del Mediterraneo, sempre secondo le nostre fonti arabe, riconosce la superiorità del riso. In campo vegetale, secondo le stesse fonti «il giardino e il frutteto figurano meno bene». «La presenza dell'orzo è [...] solo occasionale. Il grano è citato come alimento alla stessa stregua del riso, nell'alimentazione cinese». Informazione valida. «Il riso, poi, regna sovrano su tutto il territorio indiano, dove si sviluppa durante la stagione delle piogge». «È un alimento essenziale che si condisce con salsa ed è allo stesso tempo una pianta tutto fare dalla quale si ricava aceto, alcool, confettura e tutta una serie di alimenti non meglio precisati». Incertezza invece nei riguardi del tè, che non ha ancora fatto capolino nel mondo mediterraneo. Da una fonte all'altra la lista dei prodotti citati si allunga o si accorcia, ma gli equilibri si mantengono stabili, con gli aromi, le spezie, le droghe che occupano uno spazio doppio di quello assegnato alle pietre preziose e ai metalli. Ci vengono descritti eserciti immensi: in questo testo si calcolano 900.000 uomini oltre a 50.000 elefanti per l'India, mentre alla Cina si attribuisce un esercito regolare di 400.000 uomini, omaggio reciproco da eguale a eguale in questo antico archetipo, mille volte più vario, più ricco e più documentato del nostro Libro delle meraviglie. In questa molteplicità dei discendenti di Giapeto e alle culture povere delle isole si contrappone la ricchezza del continente, India e Cina. L'India ha la supremazia nella scienza astronomica; nella misurazione del tempo India e Cina sono alla pari: «il pensiero filosofico, le pratiche magiche o divinatorie, e, in minor grado, la medicina, sono patrimonio di pertinenza della civiltà indiana, mentre la Cina ritorna alla pari appena ai rientra nel campo delle discipline pratiche: la musica, la scrittura, l'arte di costruire o di tessere». All'India la smania del gioco, alla Cina il trionfo di un artigianato di abilità superiore. Ma l'India eccelle nei filati e in tessuti di cotone così evanescenti da passare arrotolati attraverso un anello. Le nozioni sugli uomini e i costumi non presentano differenze, però i giudizi sono più severi. L'Islam giudica con molto rigore i popoli che ignorano la circoncisione, le abluzioni rituali, che si cibano di carni impure e macellate mediante strangolamento; analogamente negativo è il giudizio su quei popoli la cui morale sessuale non contempla certi obblighi comuni e ai musulmani e ai loro odiati cugini giudeo-cristiani.
La conoscenza dell'Asia è dunque profonda e antica. Il sapere di Bagdad, del Cairo e di Alessandria è già noto in parte attraverso ciò che si è conservato del patrimonio culturale dell'Antichità a partire da Alessandro e dagli splendidi approdi dell'ellenismo. E nel contatto con la documentazione araba per i tramiti delle scuole spagnole di traduzione è pur sempre dell'antico patrimonio custodito e immerso in vecchie scritture superstiti che «l'Occidente latino cristiano del mondo pieno» va alla ricerca.

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Le terre al di là del deserto
Diverso è il caso dell'Africa. L'antico Mediterraneo poco o nulla sapeva sulle terre giacenti al di là del deserto e delle sorgenti del Nilo. L'Islam, o piuttosto il bacino orientale del Mediterraneo, ricordava meglio e molto di più dell'antico sapere che non gli immemori latini, però aveva allargato considerevolmente la sua sfera di comunicazione in direzione della parte povera del continente; v'era la costa del Mozambico toccata dalle navi arabe mentre era ignorata dal Mediterraneo antico vi era un'accresciuta pervietà della grande distesa desertica attraverso le carovane. Non c'è unità nell'Africa araba: Ifriqiya è la parte orientale del Maghreb; l'Africa è il Sudan, la Nubia, Bedja, l'Abissinia e Zang, la costa orientale. Diremo piuttosto che vi è carenza di unità. L'Africa conosciuta è quella dell'est, l'Abissinia e la costa dell'Oceano Indiano, bilad az-Zang o Zangistan, l'Africa dell'ovest è l'Africa selvaggia, a mala pena umana, degli uomini nudi. È la terra dei metalli di un popolo di metallurgici. Nel Ghana l'oro spunta dalla sabbia - immagine bella, chiara - come una pianta infissa così in superficie che il vento la porta via, radici e tutto. Fin d'allora l'Africa era una riserva di manodopera da esportare come schiavi. Con crudele lucidità Gahiz fa rilevare che il commercio con quel continente spoglio è di una facilità estrema, conseguenza di una profonda ineguaglianza. «Il negriero - massimo esponente del commercio in quel mondo degradato - si trova in una situazione fin troppo privilegiata: lo stesso mercante che in una qualunque provincia dell'Islam si vede costretto a soggiorni prolungati per conseguire utili modesti, trascorre tutt'al più un mese in Africa senza altro obbligo che imparare i rudimenti della lingua zang [Sofala e Mozambico]».
Per la mentalità islamica, quel continente, appena sfiorato dal cristianesimo, che si richiude e arretra di fronte all'Islam, è una terra allo stato selvaggio: «continente appena intravisto [...] appena abbozzato, l'Africa ha contro antiche prevenzioni che nulla riesce ad annientare. Egualmente avverse le sono la ricchezza e l'utilità eccessive: si passa di là senza bisogno di soggiornarvi». Le sono avversi la sua estensione e gli ostacoli costituiti dai deserti che frappongono, tra l'universo mediterraneo e l'Africa profonda una barriera insormontabile.
Rimangono i grandi spazi uralo-altaici e le due cristianità, quella bizantina più vicina, e quella occidentale più discosta con in mezzo, da allora in poi, sotto il controllo musulmano, la mamlaka, la patria islamica che si riconosce nella più antica culla della civiltà, nella culla del primo chicco di grano coltivato, del primo animale addomesticato, della prima scrittura ideografica disegnata e del più antico alfabeto utilizzato.
In epoca ellenistica questo mondo antico si era inscritto al centro di un'immensa rete di comunicazioni, la stessa rete che sarà ripresa, ben delineata ed estesa in direzione dell'Oceano Indiano verso il 1100 dalla geografia umana araba, allora al suo apogeo.

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Il decollo dell'Occidente
Se ne ha la prova intorno al 1100 con l'impatto delle crociate: il bacino orientale del Mediterraneo fu progressivamente schiacciato dalla superiorità dell'Occidente latino cristiano in forza del numero, della consistenza e dello sviluppo dei mezzi materiali accumulati. L'ondata dei dissodamenti spinta della moltitudine di uomini riuscì a costituire un mondo pieno su una superficie di poco più di 2 milioni di Km2.
Nei secoli XII e XIII questo mondo prende consistenza, le sue «frontiere» di popolamento slittano lentamente, un rinnovamento tecnico che ha del prodigioso accumula le risorse del mestiere, le abilità, accresce le fonti d'energia supplementare già disponibili. Proprio in questi secoli i ritmi di crescita dei vari indici, che purtroppo non siamo in grado di calcolare, ma di cui supponiamo la portata, toccano le punte massime e le curve dell'ovest tagliano quelle meno vistose del più annoso Mediterraneo e dilatano le distanze dai mondi più giovani dell'India e della Cina. Il XII e il XIII sono i secoli della preparazione per le masse, che provocheranno l'apertura delle enclaves nella Terra e scateneranno le forze liberatrici degli spazi che le rotte marine solcheranno nei secoli XIV e XV. Si realizzerà così negli anni tra il 1430 e il 1550 con la liberazione degli universi dalle enclaves il primo abbozzo di quel mondo - uno ancora alla fine del XX secolo allo stato di promessa.

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